• Qui parliamo di

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“Comunicazione e Potere” di Manuel Castells

Ci sono sociologi-star, insigni accademici che si aggirano per il mondo tenendo conferenze e riempiendo le colonne dei giornali. Francesco Alberoni, per esempio, tiene la sua anacronistica rubrica sulla prima pagina del Corriere della Sera da non si sa più quando ( “quelli come Alberoni hanno rovinato la sociologia in Italia” mi rivelò un brillante professore già vent’anni fa, in quel di Torino). Anthony Giddens ha elaborato l’ipotesi della “terza via” politica, Ralf Dahrendorf ha pontificato in tutte le lingue e – tra gli ultimi – il sociologo marxista polacco Zygmunt Baumann ha inondato le librerie di volumi “liquidi”.

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Campagna permanente e politica

Al seminario dei Giovani Repubblicani di oggi a Fiuggi, con Alessandro Papini (Iulm) e Valeria Gangemi (MRE) si è discusso dei cambiamenti nella comunicazione politica registrati negli ultimi 15 anni.
Una cosa che non si sottolinea mai abbastanza è che i cambiamenti nelle modalità di interazione sociale nascono dai cambiamenti della società: fino agli anni Ottanta tre dati erano sufficienti per dedurre l’orientamento di voto di un elettore col 75% di probabilità di indovinare (attività lavorativa, regione di residenza, orientamento religioso). Oggi quegli stessi dati sono largamente insufficienti per predire il comportamento di voto. Le carte si sono mischiate. Molto.
L’introduzione delle tecniche di marketing nella competizione elettorale ha a sua volta accelerato la propensione a votare secondo un’opinione liberata dalle appartenenze ideologiche, ma sicuramente ha trovato un terreno reso fertile dalla caduta del Muro.
La seconda considerazione è che la “contendibilità” di ampie fasce di elettorato ha spostato l’attenzione dell’attività dei partiti dalla ideazione di politiche (sulla base di proprie elaborazioni e interpretazioni della società in evoluzione) per concentrarsi sulla sola competizione.
Da qui l’instaurazione del clima di campagna permanente (e l’ineludibile faziosità del confronto politico che cancella qualsiasi possibilità di dialogo) e la “drammatizzazione” di cui parla il presidente Napolitano.
E la Politica? (Cioè l’elaborazione che precede il sogno, l’ideazione, l’aspirazione) Alle fondazioni.
Un cambiamento non da poco.

Analogie transalpine

Se gli 8.101 sindaci della Penisola vi sembran tanti, date un’occhiata al di là delle Alpi, ai cugini francesi: ci sono ben 36.000 sindaci eletti direttamente.
E come accade in Italia, a causa della cancellazione dell’ICI e dei vincoli alla spesa posti dal patto di stabilità anche ai Comuni virtuosi, anche i primi cittadini francesi sono in contrasto con il potere centrale perché il governo Sarkozy intende tagliare una fonte di gettito fiscale locale (la “taxe professionnelle”, qualcosa di simile all’Irap).
I primi cittadini francesi occupano un posto nell’immaginario politico dei loro connazionali analogo a quello dei sindaci italiani: sono la carica elettiva che gode della maggiore fiducia (72% contro il 30% riconosciuto ai parlamentari e il 15% ai membri del governo, secondo un sondaggio TNS).
E come accade spesso per i politici italiani cumulano più cariche, cosicché molti dei sindaci che si oppongono alla riforma, il governo se li ritrova anche in Parlamento (la leader socialista Martin Aubry non è parlamentare ma sindaco di Lille…).

PS: Il dato più importante dello studio citato di TNS è che il 70% dei rispondenti hanno incontrato “personalmente di persona” – come direbbe Pippo Civati parafrasando il camilleriano Catarella – il loro sindaco, confermando che questa carica incarna le istituzioni nella prossimità del qui e ora.

Americani giustizialisti?

William Jefferson, in passato deputato democratico al Congresso degli Stati Uniti, è stato condannato a 13 anni di carcere (tre-di-ci) per corruzione (l’FBI gli aveva trovato 90.000$ in contanti nel freezer, un dilettante rispetto al puff di Lady Poggiolini). Si sa, gli americani sono giustizialisti…

Onorevole sdoganamento

Due settimane fa il presidente di una commissione parlamentare mi diceva

“sì sì, io credo proprio che i cittadini hanno la classe politica che si merita”.

Mi compiacevo della condivisione di questa convinzione con un parlamentare della Lega Nord: basta con la retorica della società civile, il ceto politico è espressione di tutti i problemi, di tutte le contraddizioni e i difetti della nostra cultura. Macché, avevo capito male, molto male: il parlamentare intendeva dire che il ceto politico va bene così com’è, che rappresenta la volontà della “gente”, i desideri della “gente”.
Ecco, da questo nodo passa un problema critico: la rinuncia a pensare che la società sia (debba essere) in continua evoluzione e che il ceto dirigente debba farsi carico di guidare un cammino, debba essere un’avanguardia. Insomma, che sappia interpretare sì “la pancia del Paese” ma che ne sia anche migliore, che sappia andare oltre. Che abbia una visione e la sappia tradurre in politiche.
Ho capito che la politica di oggi non è nulla di tutto questo: è piuttosto la legittimazione dell’esistente, anche del peggio, è lo sdoganamento dei sentimenti più beceri.

“Sindaci imprenditori” a Rivarolo Canavese, 3 dicembre

LocandinaNell’ambito della “Officina delle idee”, giovedì 3 dicembre a Rivarolo Canavese, incontro con il sindaco Farbizio Bertot, moderato dal giornalista del Sole 24 Ore Augusto Grandi. Presso la nuova Sala Conferenze alle 21:00.

Universale e particolare

Mi è capitato di ricevere commenti, sia su questo blog sia direttamente, che contestano alcuni dei sindaci intervistati nel corso della ricerca, di cui si parla nel libro ma anche qui. In qualche modo le critiche ai sindaci intervistati sembrerebbero mettere in discussione le tesi del libro.

“Sindaci imprenditori” però non è un’apologia degli imprenditori che fanno i sindaci. Neanche contiene una tesi “antipolitica”, favorevole “a prescindere” a una sostituzione del personale politico professionale con figure provenienti dalla cosiddetta “società civile”. Metto tutto tra virgolette perché ogni espressione richiederebbe pagine e pagine di specificazioni, e chi ha letto il libro si è fatto un’idea delle mie posizioni in merito.

Mi limito a dire che ho cercato di ricavare da un numero limitato ma significativo di casi particolari alcune indicazioni universali: su come dovrebbe essere un sindaco, su come dovrebbe essere la politica. Il fatto che il sindaco di Pagani Alberico Gambino sia stato dichiarato decaduto dal prefetto di Salerno perché condannato per peculato non mi sorprende (non perché me lo aspettassi ma perché ho conosciuto la persona soltanto per un’intervista, benché lunga, e mi guardo bene dal costituirmi un’idea sull’ipotesi che sia un approfittatore o la vittima di un errore giudiziario – che potrebbe fare riconoscere nei successivi due gradi di giudizio dimostrando la propria innocenza). E neanche mette in dubbio l’impianto della ricerca, che non a caso si rifiuta di raccontare storie individuali come se si trattasse di campioni da imitare: se di “campione” possiamo parlare lo facciamo in senso statistico e in un campione si dovrebbero cogliere tutte i casi possibili, i buoni e i cattivi.

Allo stesso modo, i commenti sull’operato del sindaco di Leinì arrivati su questo blog contengono un giudizio politico (e infatti vengono anche da formazioni politiche): legittimo, ovviamente. Ma non minano le tesi del volume (sarei “vittima” del “sistema Coral”, addirittura). In questo caso devo dire di essere rimasto colpito dall’energia di Nevio Coral, e dalla competenza e determinazione del figlio Ivano, ma – come spiego nel libro – se chiedo all’oste com’è il suo vino è per farlo parlare e ricavarne delle indicazioni, non per “credere” alla veridicità di ciò che viene raccontato (il racconto non potrebbe essere una fonte in questo senso per il mio lavoro, anche se l’intervistato fosse in assoluta buona fede: per questo tipo di indagine andrebbero anzi sentite esclusivamente terze parti e raccolti dati oggettivi).

Non sono in grado di dire chi abbia ragione, perché non è stato questo l’oggetto del mio lavoro. Ho provato a identificare un modello: secondo il quale un buon sindaco deve avere capacità di visione, competenze gestionali, determinazione. Ogni cittadino giudicherà se e in che misura il proprio sindaco vi corrisponde.

PS: per i canavesani ci sarà l’opportunità di confrontarsi su tutto questo il prossimo 3 dicembre a Rivarolo.

All’ombra del Palazzo

Invito Sindaci imprenditori a Roma, 2 dicembre h 18:00

Dopo Trieste, Napoli, Torino, Ivrea, il 2 dicembre “Sindaci imprenditori” verrà presentato a Roma, all’ombra del Palazzo, in piazza Montecitorio alle 18:00 (sala Capranichetta). Si parlerà di professione politica e di civil service, di competenze ed efficacia, di visione e di leadership con Secondo Amalfitano (Formez Italia), Sergio Ristuccia (Consiglio italiano per le scienze sociali), Stefano Rolando (Università IULM).

Parole sante, Presidente

Ieri il presidente Napoitano ha detto cose interessanti, parlando a una delegazione dell’ANCI: lo scontro politico cieco e pregiudiziale è una sceneggiata; la legge del 1993 per l’elezione diretta del primo cittadino è la riforma che ha funzionato meglio e tenuto nel tempo; i sindaci incarnano l’istituzione più vicina ai cittadini.

Il rinnovamento della politica italiana può partire soltanto da lì, dalla dimensione local, dai territori, dove si trovano al lavoro persone che hanno una qualità specifica: non sono interessate a fare della politica una carriera e della pubblica amministrazione un feudo da occupare per decenni. Insomma, da una parte il civil service di tanti sindaci e amministratori, dall’altra il mastellismo.

Dal capitolo La svolta. Tangentopoli e la nuova legge elettorale di “Sindaci imprenditori”.

Il sistema politico reagisce al malcontento generalizzato che esplode con Tangentopoli cercando anche soluzioni “di sistema”. Si pensa di instaurare una nuova stagione nel rapporto tra cittadini e rappresentanti, almeno a livello locale, promuovendo un nuovo sistema elettorale per il Comune che prevede l’elezione diretta del sindaco. Non più, quindi, l’elezione di un Consiglio Comunale in seno al quale parti distinte cercano un accordo sul quale convergere e infine nominano il capo della coalizione costruita su quella convergenza. Con la legge 81 del 1993 il sindaco viene eletto direttamente tra quelli che si candidano al ruolo. Lo scopo è chiaro: instaurare un rapporto diretto tra i cittadini e la persona che deve guidare il Comune, identificare in modo inequivocabile la responsabilità della gestione attribuendo a questa un nome e cognome, e infine impedire le manovre delle segreterie che provocavano la caduta delle giunte per ragioni spesso imperscrutabili. Col risultato di bloccare a lungo l’amministrazione in attesa della formazione di una nuova maggioranza, o della ricostruzione della stessa, magari su basi diverse, per esempio scambiando le deleghe all’istruzione con un assessorato ai lavori pubblici. La nuova legge elettorale consente un’investitura autorevole, una responsabilità chiara, maggiore stabilità. È così che nasce la stagione dei sindaci: gli italiani scoprono che è meglio scegliersi una leadership, assegnare un incarico a una persona, immaginarla al proprio servizio, con una responsabilità alla quale non ci si può sottrarre. Fino al giudizio successivo, che spetta esclusivamente all’elettore. Un cambiamento che rende più disponibili a farsi coinvolgere alcuni imprenditori, i quali erano rimasti lontani dalla politica temendone le prassi poco trasparenti e il rischio di restarvi invischiati, compromettendo la propria immagine. Ma dal momento che si viene scelti direttamente dagli elettori e che soltanto a questi si deve rispondere, può valere la pena farci un pensiero.

La legge più giusta di questo Paese è la riforma del sindaco, io non avrei mai fatto il sindaco se avessi dovuto restare in balia dei partiti: oggi sono sindaco e domani non lo sono più perché le segreterie si sono messe d’accordo contro di me?! [Nord, centrodestra]

Pragmatismo, economia e tifo politico

Ci si può sorpendere della diffidenza crescente dei ceti produttivi nei confronti della politica nazionale? Una diffidenza che emerge dalle parole di ieri del governatore di Bankitalia (in sostanza: non siamo pronti a cogliere la ripresa, le liti politiche non cambiano nulla e di sicuro non aiutano il Paese), dall’iniziativa del presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo – che mercoledì ha presentato il suo laboratorio di proposte e le prima iniziative che sono state concepite – e dagli articoli degli osservatori.

Tanto per dire, Enrico Cisnetto sul Foglio di oggi (autore e testata che dovrebbero essere al riparo dall’accusa di stalinismo) sostiene che

il mondo economico guarda attonito alle vicende in atto, e appare sempre meno disposto a apatteggiare per l’uno o l’altro dei contendenti, sia per una forma di repulsione complessiva verso la politica, sia per crescente convinzione che i torti non stanno da una parte sola.

E intanto la migliore delle Università italiane figura soltanto al 174° posto nella graduatoria globale degli atenei. Uno dei motivi per cui quando le economie degli altri paesi ripartiranno, la nostra arrancherà. Non è pessimismo, ma un’invocazione perché si faccia qualcosa.